Baby gang: la situazione Bolognese

Baby gang: la situazione Bolognese

4 lug 2022
Cos'è una baby gang e come agisce? E, soprattutto, chi sono e che storie hanno i ragazzi e le ragazze che ne fanno parte?
silhouette di una persona alla finestra

Baby gang: sempre più spesso leggiamo queste parole nelle pagine di cronaca, le ascoltiamo in televisione, le sentiamo sulla bocca di cittadine e cittadini preoccupatǝ. Ma cos'è una baby gang e come agisce? E, soprattutto, chi sono e che storie hanno i ragazzi e le ragazze che ne fanno parte?

Per fare chiarezza sull'argomento, Volt Bologna ha organizzato un percorso di formazione sulle tematiche del disagio giovanile assieme ad Alessandro Gallo, attore, regista e autore del libro "Era tuo padre" (Rizzoli, 2019), che da anni lavora con i più giovani su progetti di educazione alla legalità. Insieme ad altre figure del campo dell'educazione, del diritto e dell'associazionismo abbiamo iniziato una serie di incontri dedicati a chiunque abbia interesse e che approfondiscono, da diversi punti di vista, questo fenomeno dai contorni sfumati. L'obiettivo è quello di acquisire un'informazione corretta e non sensazionalistica che ci aiuti a comprendere la complessità dietro alla parola "baby gang", perché si possano individuare strategie che migliorino realmente la sicurezza urbana senza facili slogan criminalizzanti.

Con noi, il 15 giugno, al Costarena di Bologna, Andrea Meccia (giornalista, formatore e insegnante di italiano per stranieri) e Giulia di Girolamo (ex consigliera comunale con delega alla legalità, premio Pio La Torre 2021, formatrice e referente Educational Caracò), hanno risposto alle tante domande che abbiamo raccolto sul tema, fornendoci un punto di vista privilegiato dall'interno del sistema educativo.

Innanzitutto qual è la definizione di baby gang?

"Baby gang" è un termine ombrello che generalmente indica un gruppo di ragazze e ragazzi minorenni che compiono azioni di microcriminalità. Azioni, motivazioni, ambiente di provenienza e condizioni socio/economiche variano però moltissimo a seconda dei casi. Si va dai gruppi che assistono i capi delle locali piazze di spaccio, e che richiamano comportamenti mafiosi, a comportamenti devianti nei confronti di coetanei - o a volte anche di adulti - come aggressioni, rapine, violenze sessuali, spesso agiti nei luoghi di ritrovo della movida urbana (da qui il termine "malamovida"). Generalmente il fenomeno è più diffuso nelle grandi città (Milano, Roma, Bologna, Napoli, ecc), dove le disuguaglianze sono più evidenti.

Ma da dove nascono questi fenomeni e perché sono in crescita? Può sembrarci facile limitarci a pensare che i ragazzi e le ragazze che fanno parte di baby gang vengano a loro volta da ambienti difficili, magari con familiari o conoscenti che hanno già esperienza in materia di crimine, cosa che effettivamente succede, ma la realtà è molto più complessa. Negli ultimi due anni in particolare, dove la pandemia ha "messo in pausa" i normali processi di socializzazione degli adolescenti, si è creata una situazione di intenso disagio generazionale. Modelli discutibili sui social che invitano all'emulazione, distanza del mondo degli adulti e delle istituzioni che non sembrano interessate al benessere dei più giovani, concorrono a minare il loro senso identitario. È un problema trasversale, che interessa sia chi parte da condizioni più fragili che i figli delle classi sociali più agiate, stranieri e italiani. Finché non si sarà in grado di trattare ragazzi e ragazze come attori sociali competenti, dando loro strumenti e opportunità, la violenza rimarrà uno strumento di affermazione di sé, della propria identità.

Fornire a ragazze e ragazzi strumenti per trovare il proprio posto nel mondo significa anche aprire un dibattito non superficiale sui modelli che tendono a emulare: serie tv come Gomorra, Suburra, film come il Padrino, che in qualche misura romanticizzano la mafia, come sono recepiti? Che diffusione hanno modelli simili sui social e come vengono fruiti dai giovani e giovanissimi? Indagare questo, ed educare all'interpretazione di questi media, compiendo percorsi critici, impostando un patto educativo con ragazzi e famiglie che serva a mettere in chiaro di cosa si parla quando si parla di mafia e criminalità, sono primi passi per prendere consapevolezza e non assorbire passivamente quello che si vede sui media. Serve aiutare ragazzi e ragazze ad approfondire, ad accettare la complessità della realtà senza facili divisioni tra bene e male, contestualizzando i prodotti mediatici e inserendoli in una cornice di valori condivisi. Coinvolgere le famiglie in questo è fondamentale perché si crei un "fronte comune", un'alleanza educativa che faccia da motore per il cambiamento sociale. Anche per questo è importantissimo l'esempio che il mondo adulto può dare: mostrare interesse, coerenza, disponibilità all'ascolto, coinvolgere ragazzi e ragazze in maniera vicina alla loro esperienza, offrire loro opportunità diverse, o almeno la possibilità di conoscere le proprie possibilità, sono tutti passi importantissimi da percorrere perché si possa formare un'identità più consapevole, libera e che non necessita della violenza per affermarsi.

Aspettiamo con ansia il prossimo incontro per aggiungere nuovi dettagli e altri spunti di riflessione!