Le Relazioni pericolose tra Minsk e Mosca

Le Relazioni pericolose tra Minsk e Mosca

4 giu 2021
mosca post volt bologna

“L’ho saputo dai media”. Così il 31 maggio in un’intervista al Kommersant il ministro degli Esteri bielorusso, Vladimir Makej1, prova a tirarsi fuori dall’imbroglio nato dal dirottamento del volo Ryan Air 4978, sottolineando ancora una volta la fluidità dei rapporti interni alla dirigenza di Minsk. Finora arroccate attorno a Lukashenko e alla politica presidenziale dell’ambivalenza tra Mosca e Bruxelles, una parte delle élite bielorusse potrebbe ora riposizionarsi, iniziando proprio  dal tono scelto dal diplomatico, che si allontana dalle espressioni apocalittiche usate cinque giorni prima da Lukashenko2.

Soprattutto il ministro riprende il concetto di Occidente collettivo elaborato da Mosca per definire i rapporti est-ovest successivi alla presidenza Biden. Secondo Mosca gli USA e i propri alleati starebbero preparando un brosok, una rapida marcia verso oriente, e nel mirino di sarebbe proprio la Russia. Giudizi questi fatti propri anche da Lukashenko ma solo dopo le proteste popolari postelettorali. Durante la campagna elettorale invece il presidente bielorusso aveva accusato Mosca di voler favorire i propri avversari, mentre Makej aveva sempre tenuto posizioni più concilianti.

La scorsa estate nel mezzo delle proteste il diplomatico era infatti la personalità più in vista tra quelle addette a gestire i contatti con il Cremlino. Come allora, anche lunedi scorso il ministro ha ribadito il ritornello secondo cui le manifestazioni popolari nel suo paese sono state sobillate dall’occidente per ripetere in Bielorussia quanto successo in Georgia e Ucraina. Allo stesso modo era stato lui lo scorso 14 settembre a garantire al capo della diplomazia di Mosca, Sergej Lavrov, che i provvedimenti su cui il Cremlino puntava per calmare la piazza – riforma costituzionale e nuove elezioni – sarebbero stati realizzati. Identici gli impegni presi da Lukashenko davanti a Putin, ma poi da lui sempre più sfumati e lasciati nel vago. 

Così si arriva all’altro nocciolo della questione: nel 2021 il Presidente bielorusso si è recato tre volte da Putin, l’ultima il 28 maggio. In questi casi Lukashenko svolge il ruolo di questuante, ma le cose non sono così nette, visto che fino a poco tempo fa egli riusciva a sottrarsi abbastanza agevolmente alle richieste del Cremlino: unione dei due Stati, unica banca centrale, corte dei conti, sistema giudiziario e dogana comune. 

I rifiuti opposti da Lukashenko erano motivati dalla valutazione che passi simili avrebbero potuto rompere il fragile equilibrio della Bielorussia, una nazione al crocevia tra est e ovest che solo grazie allo stesso Lukashenko continuava a ruotare nell’orbita del Cremlino. 

Inutile dire che nella crescita dell’identità nazionale bielorussa le politiche di Lukashenko hanno svolto un ruolo ambiguo ma importante. È però l’annessione russa della Crimea a dare alla doppiezza politica del presidente bielorusso maggiori spazi di manovra: l’abrogazione nel 2015 delle sanzioni UE contro il gruppo dirigente bielorusso, ne rafforza la strategia pendolare. 

Nel conflitto russo-ucraino il ruolo di mediazione bielorusso e Minsk come luogo dove si svolgono le trattative tra le parti permette a Lukashenko di prendere maggiori distanze dalla politica estera di Mosca. Lukashenko ribadisce l’amicizia con Mosca ma sottolinea pure quanto “la Russia abbia paura di perderla” poiché secondo lui Minsk “è rimasto l’unico vero alleato” di Mosca3.

Naturalmente è impossibile predire cosa succederà a Minsk, una cosa è però certa. Le proteste per i brogli elettorali hanno tolto legittimità al regime di Lukashenko e ciò modificherà a lungo le relazioni col suo grande vicino. 

Il presidente non potrà più utilizzare le proprie debolezze per ottenere concessioni da Mosca. Privo di rendite di posizione Lukashenko resterà al potere solo fino a quando lo vorranno i russi. Questo non significa però che i progetti di integrazione del Cremlino si realizzeranno senza problemi. La Russia attuale infatti non può controllare né abbandonare il proprio vicino, e la Bielorussia non può essere conquistata ma nemmeno avrà il permesso di passare a ovest. Minsk otterrà dalla Federazione russa il sostegno finanziario, militare e politico di cui ha un bisogno vitale. Questo perché Lukashenko sa bene che se lui dovesse cadere Mosca perderebbe l’unico Stato tampone sulla propria frontiera occidentale. E sa altrettanto bene che un cambio di regime a Minsk  sarebbe il colpo di grazia a ciò che resta dell’antica sfera di influenza russa4.

Nonostante le nuove debolezze si può però esser certi che anche se Mosca riuscisse a gestire il cambio di regime a Minsk, le nuove élite continueranno a sfruttare le proprie debolezze per sottrarsi alle mire egemoniche russe. Anche su chi sia il vero regista delle relazioni tra i due paesi, da qualche tempo in Russia si parla più apertamente. Timidamente e senza argomenti Sergej Strokan’5 sostiene che l’affare Ryan Air alla fine danneggerà Mosca. Affermazioni più nette e paradossali sono arrivate invece dal sociologo Gergorij Judin, secondo cui la radicalizzazione di Lukashenko avrebbe come risultato quello di rendere Putin ostaggio del bielorusso al punto che tale che lentamente la Bielorussia incorporerebbe la Russia6.

Permangono dei dubbi in tal proposito. Evitando ogni forma di contatto con l’opposizione Mosca ha ripetuto l’errore commesso con le elezioni ucraine del 2004? Allora il sostegno inflessibile al candidato Yanukovich aveva spinto la maggioranza degli elettori a spostarsi verso il filo-occidentale Juschenko, ponendo così le premesse di quanto sarebbe avvenuto 10 anni dopo. Alla fine però il risultato potrebbe essere identico. I manifestanti bielorussi erano convinti che Mosca sarebbe rimasta neutrale. Le loro richieste erano solo di politica interna,mentre restavano su posizioni neutrali in politica estera, tanto che in un appello alla popolazione russa la leader dell’opposizione di Minsk, Svjatlana Cichanoŭskaja, aveva ribadito le buone relazioni con Mosca7.

Negli stessi giorni però, a ribadire l’ambiguità della situazione, il premio Nobel per la letteratura Svetlana Aleksevich, invitava gli intellettuali russi a “smettere il silenzio” per dare “sostegno morale” ai manifestanti8. Appelli rimasti lettera morta, aprendo cosi alla svolta di piazza. Tra le manifestazioni domenicali iniziano a trovare posto la rivendicazione della sovranità nazionale e le accuse a Lukashenko di volerla svendere e contemporaneamente iniziano gli attacchi a Putin, che dopo la pubblicazione dei risultati elettoraliattende una settimana prima di prendere posizione. Poi la svolta: a metà agosto, mentre a Minsk 200mila persone in piazza chiedono la fine del regime di Lukashenko, Mosca si dice pronta a sostenere militarmente il presidente sconfitto alle urne9 ed è dei giorni scorsi la notizia che una rappresentazione teatrale sulla repressione in Bielorussia in scena a Mosca è stata costretta alla clandestinità10.

In questo intreccio orientale difficile da districare manca però una voce autorevole, cioè quella dell’Unione Europea, che ancora una volta si nasconde dietro una coltre di minacce, richieste vuote e solidarietà, incapace di avere una voce unitaria in politica estera e sempre più vittima della paura della responsabilità. 

1 https://www.kommersant.ru/doc/4836828

2 https://novayagazeta.ru/articles/2021/05/26/vret-i-verit.

3 https://www.rbc.ru/politics/04/08/2020/5f29276f9a794729aae5eca9

4 https://www.lemonde.fr/idees/article/2021/05/28/bielorussie-le-probleme-loukachenko-est-inextricablement-lie-au-probleme-poutine_6081796_3232.html

5 https://www.kommersant.ru/doc/4827088

6 https://echo.msk.ru/blog/grishayudin/2844664-echo/ 

7https://meduza.io/feature/2020/09/09/propaganda-pytaetsya-maksimalno-iskazit-proishodyaschee-v-belarusi-ne-poddavaytes-vliyaniyu-etoy-lzhi-svetlana-tihanovskaya-obratilas-k-rossiyanam

8 https://echo.msk.ru/blog/echomsk/2706271-echo/

9 https://www.ft.com/content/0f860c07-fc3b-4efb-8807-ff13950ce588.

10https://www.lemonde.fr/international/article/2021/05/28/a-moscou-le-theatre-engage-contraint-a-la-clandestinite_6081794_3210.html